Ago
11
2018

Un doveroso ricordo di don Gildo

Sarebbe stato ingeneroso non dedicare un articolo alla scomparsa di don Gildo, avvenuta domenica scorsa. Preferisco chiamarlo senza il titolo monsignorile, perchè per me si è sempre trattato dell’Arciprete di Telgate. Forse nessuno si è reso conto della valenza storica del ruolo dell’Arciprete, che per don Gildo era chiarissima: il richiamo ad una delle prime pievi battesimali della provincia di Bergamo, sorta a Telgate nell’anno 820 come piccola chiesa in cui il sacerdote amministrava il battesimo, svolgeva stabilmente le funzioni sacre (cioè viveva nel paese) e preparava i chierici al sacerdozio (un seminario, di fatto). Il richiamo all’Arciprete segnalava che l’origine cristiana della comunità fosse storicamente precedente alla costruzione del castello, e dunque elemento genetico del paese.

Don Gildo aveva ben presente tale aspetto, al punto da commissionare nel 1987 la pubblicazione “Telgate e il suo Santo Crocifisso”, venticinque anni prima che il Comune producesse un suo molto meno fortunato (e quasi sconosciuto) saggio storico.

Comunque la si pensi, don Gildo ha legato saldamente la sua esistenza al paese di Telgate dal 1971, decidendo di abitarci anche dopo il suo ritiro dall’attività pastorale. In maniera sincera, e senza alcun intento celebrativo, credo di aver imparato da don Gildo due elementi che mi hanno accompagnato in questi anni di impegno politico.

Anzitutto il principio di voler bene al proprio paese, di mettere l’interesse della comunità prima di ogni obiettivo personale. Guardate che vi scrivo queste parole avendo vissuto per quasi dieci anni le vicende amministrative del Comune, avendo letto quotidianamente negli atti pubblici il modo in cui molti cittadini interpretano la cosa publica (il Comune deve essere a mio servizio, deve tutelare i miei interessi privati, deve sponsorizzare la mia iniziativa). Non avessimo appena superato una dolorosa variante urbanistica, piena zeppa di egoismi privati senza un solo progetto aperto alla comunità, tranne le improbabili promesse di “posti di lavoro”. Sarebbe questo l’interesse generale?

Il secondo valore che ho imparato è la coerenza con i propri principi. Sappiamo tutti come don Gildo fosse granitico rispetto alla sue convinzioni, un aspetto che gli è valso fiumi di critiche. Ricordo bene quante volte mi abbia fermato per strada, negli ultimi tempi la domenica mattina dopo la Messa delle 7.30, per ribadirmi il suo pensiero su alcuni temi di carattere amministrativo che riteneva fondati su principi morali. Non transigeva, non era disposto a compromessi. Ci ho messo molto tempo a capire che la fermezza sui valori di riferimento, a costo di duri scontri, ti qualifica, non ti limita. Aveva ragione, e vi dico per certo che non avrebbe esitato a salire in Municipio per ribadirlo, se avesse avuto le forze fisiche per farlo.

Negli ultimi mesi si limitava a salutarmi, anche se ci teneva a stringermi la mano come segno di rispetto. Lui comprava “Libero” di Feltri, senza farsi problemi nel mostrare le sue convinzioni politiche, io il “Corriere”.

La chiesa di don Gildo non esiste più, sia perchè si è affermata la secolarizzazione (il cristianesimo della domenica), sia perchè ogni valore è considerato come trattabile in base alle convenienze del momento, sia per lo smarrimento della chiesa locale, che preferisce tirare i remi in barca che esporsi. In ultima analisi, la chiesa di don Gildo non esiste più perchè ciascuno si sente in diritto di giudicare su qualunque argomento, ritenendosi depositario di verità individuali. Questo no, don Gildo non lo avrebbe accettato.

Fabio

 

 

Autore: Fabio Turani

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