Lug
4
2015

Impresa 2015

Avrei voluto dedicare questo articolo al caso Berco-Calcinate, ma sono in attesa del verbale di una conferenza di servizi svoltasi in settimana per fornirvi il quadro completo (e desolante) della situazione.

Ne approfitto invece per condividere una doppia esperienza personale recente riguardante due imprese telgatesi.

Il primo episodio riguarda l’acquisto di un’attrezzatura per l’azienda per la quale lavoro. Suggerisco all’ufficio acquisti di rivolgersi ad una società telgatese esperta nel settore: detto-fatto, l’azienda manda in poche ore un funzionario commerciale per un sopralluogo. Costui si presenta senza cataloghi e senza biglietti da visita. Vada.

Facciamo il benedetto sopralluogo e poi chiediamo consigli sull’acquisto: ci viene chiesto di accedere al sito internet del costruttore, senza che questo signore ci fornisse informazioni basilari quali la gamma di prodotti disponibili, i benefici di ciascuna soluzione, l’intervallo dei prezzi, i termini di consegna, la disponibilità di un modello in visione presso lo showroom, e così via. Rimango davvero perplesso, proprio perché avevo decantato le virtù di questa azienda. Scopro peraltro che alcuni aspetti tecnici non sono stati presi in esame, al punto da rischiare di acquistare un prodotto sbagliato.

Alla fine il matrimonio si farà, ma non propriamente per l’eloquio del venditore.

Il secondo episodio è di stamane (sabato, 4 luglio, per chi legge). Vado ad acquistare due prodotti per bambino in uno spaccio aziendale. Ottimo il supporto che il settore vendite mi ha fornito qualche giorno prima via mail: l’impiegata mi ha inviato tutti i dettagli necessari per l’acquisto. Bene, mi dico, così si fa.

Stamane passo in azienda, fatico un bel po’ a trovare lo spaccio (pazienza) e chiedo i due prodotti. In un attimo vengo servito, pago e infine vengo indirizzato verso il ritiro merci: un altro magazzino dell’azienda. Mi reco al fatidico magazzino, suono il campanello e non mi risponde nessuno. Strano. Risuono, ma niente. Faccio il giro del fabbricato, ma pare non ci sia nessuno. Dopo dieci minuti esce un giovane dal magazzino e mi chiede di cosa avessi bisogno. Come sarebbe a dire “di cosa ho bisogno”? Dei due prodotti che ho appena acquistato! Sparisce con il mio scontrino, torna dopo un po’ con due scatole, me le piazza fuori dalla porta e se ne va.

Non sono per nulla una persona che si formalizza, anzi, tuttavia penso all’immagine che questa azienda (molto rinomata) avrebbe dato ad un qualsiasi cliente che si fosse trovato nella mia situazione: quella di chi fosse quasi scocciato di dover vendere un prodotto.

Per offrire un termine di paragone sui due episodi, vorrei ricordare il caso di un fornitore israeliano che è partito da Haifa per farci la dimostrazione di un prodotto. Illustrazione in perfetto inglese con tanto di prodotto in dimostrazione, tutte le schede tecniche e certificati a corredo.

I messaggi che voglio dare (senza la pretesa di fare ragionamenti moralistici) sono due:

1. la logica del lavorare molto e produrre in serie non basta più. La qualità del prodotto e del servizio, la cura dell’immagine, il customer service sono elementi egualmente importanti e fanno parte della reputazione dell’azienda.

2. Questa cultura deve partire dai vertici e arrivare sino all’operaio che ti consegna le due scatole per caricarle in auto. La concorrenza è attrezzatissima su questi aspetti, credetemi.

Ho scritto queste righe perché tengo molto alle aziende telgatesi; viceversa, avrei potuto far finta di niente, ma avrei omesso di dare un utile contributo.

Fabio

Autore: Fabio Turani

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